Ricercatore per l’Osservatorio sulla Democrazia di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Europa gelingt gemeinsam”, l’Europa ha successo se è unita. Queste le parole pronunciate dal Presidente della Commissione Europea Josè M. Barroso il 25 marzo 2007, in occasione del cinquantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma. Nello stesso discorso, tenuto a Berlino sotto l’egida della Cancelliera Angela Merkel, Barroso esalta l’unità europea come trionfo dei valori di libertà e solidarietà. L’ironia degli eventi successivi farebbe sorridere, se il loro ricordo non fosse ancora così vivo e doloroso. Nel 2008 la crisi finanziaria originata negli Stati Uniti entra nella sua fase acuta, inaugurando una recessione mondiale. Questa stessa recessione, che nel corso di due anni pare volgere al termine, diventa l’innesco della crisi del debito sovrano in Europa nei primi mesi del 2010, i cui effetti si fanno sentire prevalentemente nei paesi dell’arco mediterraneo.

In questo caso la crisi non trae origine diretta da un’improvvida deregolamentazione dei mercati finanziari, quanto piuttosto dalla particolare conformazione dell’Unione Monetaria Europea, un difetto architetturale, se vogliamo. Secondo il politologo canadese Peter A. Hall, infatti, un’analisi che si fermasse al mancato adeguamento strutturale dell’economia dei paesi del Sud Europa peccherebbe di superficialità. Le cause profonde della crisi risiedono piuttosto nel differente modello di specializzazione produttiva che caratterizza i paesi del Sud rispetto a quelli del Nord Europa. Laddove i primi sono contraddistinti da un’economia politica che fa leva sulla crescita della domanda interna, i secondi fanno leva sulla crescita delle esportazioni.

Quando questi due tipi di economia creano un’unione monetaria, va da sé che o gli uni o gli altri debbano rinunciare allo strumento di politica monetaria per far fronte a crisi economiche che colpiscano solo una parte dei paesi europei. Questo non sarebbe necessariamente un problema, come infatti non lo è stato per molte federazioni storiche che hanno approntato strumenti per trasferire ricchezza tra i vari territori nel far fronte a crisi simili. Per dirne una, la creazione di politiche sociali a livello federale permise agli Stati Uniti di trarsi fuori dal pantano della crisi del 1929, anche grazie alla redistribuzione che queste politiche attuarono verso gli Stati del Sud, e che permise di rilanciare i consumi e quindi la domanda interna. Può però diventare un problema quando questi strumenti non esistono. Nel caso della risposta dell’Unione Europea alla crisi, può essere caratterizzata come uno stufato in cui vengono cotti un elefante e un coniglio.

Partiamo dall’elefante. Diversi Stati ed istituzioni europee hanno fatto prevalere quella che secondo Hall è la lettura più superficiale della crisi: quella che vuole gli Stati del Sud moralmente responsabili della crisi e quindi colpevoli. Tenuto conto di questo, si capisce dunque perché l’elefante nella ricetta dell’Unione Europea per uscire dalla crisi siano le misure di austerità. Ce lo spiega l’ex Commissario Europeo Lászlo Andor nel suo libro Europa e Solidarietà: tra Pilastro Sociale e derive sovraniste. I paesi del Sud Europa, “in assenza di svalutazione della moneta nazionale e di transfer in grado di frenare la recessione” sono costretti a ricorrere alla cosiddetta “svalutazione interna”, che consiste nel taglio dei salari e della spesa pubblica. In questo modo, ci dicono, la competitività dovrebbe essere ristabilita. Ma, osserva Andor, se l’austerità viene adottata da più nazioni “finisce per ridurre la domanda complessiva dell’unione”, aggravando la crisi. Inoltre, se le politiche sociali finiscono sotto la scure dell’austerità, ciò comporta che povertà, diseguaglianze e disoccupazione siano destinate a crescere. E che si fatichi, quindi, a comprendere il senso della “cura”.


Lászlo Andor, economista, Corvinus University di Budapest e già Commissario Europeo per l’Occupazione, gli Affari Sociali e l’Integrazione


Nel nostro stufato, il coniglio è rappresentato dagli strumenti di politica sociale che sono stati approntati dall’Unione Europea per riequilibrare la situazione, specialmente attraverso la redistribuzione di risorse all’interno dell’Unione. Anche grazie alla guida di Andor nelle vesti di Commissario per l’occupazione, gli affari sociali e l’integrazione, il lato sociale dell’Unione ha conosciuto un accresciuto attivismo negli anni della crisi. Il Fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione viene riformato come reazione immediata alla crisi dei mercati finanziari: se infatti questo strumento era stato concepito per sostenere i lavoratori colpiti da licenziamenti o trasferimenti dovuti alla globalizzazione, con la riforma del 2009 viene riadattato per poter sostenere i lavoratori colpiti dalla crisi economica, anche attraverso una dote finanziaria maggiore. 

Nel 2011, per far fronte alla crisi sociale in Portogallo ed in Grecia, si decide di aumentare il tasso di cofinanziamento dei fondi europei verso questi paesi di modo da pesare meno sui bilanci nazionali e facilitare il trasferimento di risorse fiscali. In questo modo i fondi vengono usati in funzione anti-ciclica, in modo da promuovere una (limitatissima) stabilizzazione delle economie maggiormente colpite dalla crisi. Un altro strumento emergenziale per far fronte a tassi di disoccupazione giovanile che nel Sud Europa arrivano al 50% è l’Iniziativa per l’Occupazione Giovanile, che viene approvata nel 2013 per finanziare progetti volti a favorire l’impiego dei giovani, tra cui quelli della Garanzia Giovani. Il Piano Juncker, per finire, ha messo a disposizione 315 miliardi di euro per creare nuovi investimenti in Europa. Certo, a patto di perseguire quella che il Consiglio Europeo descrive come “consolidazione fiscale growth-friendly”: un eufemismo per dire che questi investimenti non devono operare contro ai piani di austerità.

Questi interventi per promuovere crescita e standard sociali migliori sono una realtà innegabile, ed in un giudizio misurato sull’operato delle istituzioni europee negli anni della crisi ne va tenuto conto. Ma sono appunto come mettere la carne di un coniglio nello stufato di elefante: per quanto venga rimestata, la zuppa finirà invariabilmente per sapere di elefante. Così il gusto che il “decennio orribile” che sta per concludersi ci lascia in bocca è quello dell’austerità: amarissimo. Questo però non significa che la ricetta non possa cambiare in futuro. Ci sono molti elementi che già ce lo fanno pensare, ma quello che appare più promettente è senza ombra di dubbio il Pilastro Europeo dei Diritti Sociali. Approvato nel novembre 2017, il Pilastro intende rafforzare la dimensione sociale dell’Unione Europea creando coordinazione tra i welfare state nazionali sulla base di venti parametri come istruzione, sanità, dialogo sociale, e via dicendo. Questo, nelle intenzioni della Commissione guidata da Jean-Claude Juncker dovrebbe creare un rating a tripla A in materia di questioni sociali. Secondo il politologo olandese Frank Vandenbroucke, il Pilastro Sociale dovrebbe fornire un contrafforte, in termini di tutela dei welfare state nazionali, all’edificio europeo, in modo da bilanciare la spinta opposta che, come abbiamo visto, viene esercitata dall’Unione Economica e Monetaria in termini di “svalutazione interna”. In questo senso, Vandenbroucke osserva come ogni unione monetaria abbia accentrato alcune delle funzioni dei welfare state nazionali: in particolare funzioni di stabilizzazione nei periodi di alta disoccupazione. Abbiamo osservato come queste due funzioni — stabilizzazione e lotta alla disoccupazione — siano state il fulcro delle politiche sociali emergenziali dell’Unione negli anni della crisi. La Commissione sembra averlo capito. Ci auguriamo che gli Stati Membri ascoltino le voci che, dal parlamento Europeo, dagli organi consultivi europei, e dalle organizzazioni della società civile, suggeriscono di cambiare la ricetta di politica pubblica, in modo che il lato sociale dell’Unione non debba più essere esposto ai rigori dell’austerità in futuro.

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