Scuola Normale Superiore di Pisa

Non è un Hobby, è un Lavoro

Volantino distribuito all’Assemblea Nazionale dei Riders

 


La giornata di un ciclofattorino


Basta uno smartphone ed una bici, scaricare l’app, accettare i termini contrattuali. Tutto online. A seconda della piattaforma, ti forniscono caschetto, zaino e spolverino. Non resta che loggarsi, aspettare il proprio turno e partire a ritirare presso il ristorante previsto il proprio ordine da consegnare. Sono oggi 10 000 in Italia i cosiddetti riders o ciclofattorini della distribuzione del cibo a domicilio. I dati cambiano a seconda della piattaforma, ma in media circa il 75% è under 30, spesso studente o svolge altri lavori occasionali. Prevalentemente inquadrati con partite IVA, contratti di collaborazione occasionale o a chiamata, vengono pagati a consegna. E’ stato calcolato che sul valore di un pasto ordinato di 30 euro, 21 vanno al ristoratore, 9 alla piattaforma. Di questi, 4 coprono le spese di marketing, 1 euro va alla piattaforma e i restanti 4 euro lordi al lavoratore, circa 3,60 netti1.

La piattaforma non fornisce dunque il mezzo – la bicicletta – non si fa carico delle spese di mantenimento dello stesso – in caso di incidenti o guasti – né paga un’assicurazione infortuni.

Foto 1. Rider in azione per le vie di Firenze

 

Per questo lavoro si viene assunti con un semplice click dal proprio cellulare, ci si accorda da soli con un intermediario che consegna un’attrezzatura di base (zainetto, casco e spolverino aziendali) e si pedala in solitaria. Tutto è piuttosto precario ed intermittente, dal contratto, al contatto con il ristoratore da cui si preleva l’ordine, alla consegna presso l’abitazione del cliente. Quest’ultimo influisce poi direttamente sulla valutazione del lavoratore, mettendo quella stellina in più o in meno sulla recensione che fa innalzare o abbassare il rating influendo sull’opportunità dello stesso a garantirsi un altro turno lavorativo.

In caso di problemi sul lavoro in una qualsiasi città, il rider può tentare l’invio di una mail o  aprire una chat con un operatore che sta però probabilmente a Milano o a Torino a seconda della sede della piattaforma. Il rapporto è quindi piuttosto complesso e distante. Difficile è persino conoscere i propri “colleghi” – si fa per dire, vista l’individualizzazione della mansione – che sfrecciano da una parte all’altra della città. Al massimo li si incontra in coda per un’ordinazione al ristorante o casualmente in qualche luogo di sosta.

Smaterializzazione del luogo di lavoro, del rapporto con datore di lavoro e colleghi, rischi individualizzati e riversati sul singolo lavoratore, assenza di tutele. In questo caso, la presunta innovazione tecnologica, in un sistema totalmente deregolamentato, si riduce alla riproposizione di un’antichissima forma, il cottimo, con strumenti di apparente novità, la piattaforma.

Questo è il contesto entro il quale si svolge il lavoro di un odierno ciclofattorino.


Pensare locale, agire globale


Da queste ed altre problematiche si è sviluppato negli ultimi anni in tutta Europa un vero e proprio ciclo di mobilitazioni che ha visto per protagonisti proprio i riders. Azioni sorte in contemporanea con altri eventi che segnano una svolta nella gig economy, come la sentenza londinese che ha definito “lavoro” e non “hobby” quello di Uber2.

Attivatisi localmente dal 2016 in diversi Paesi d’Europa, in città come Londra, Bordeaux e Torino, partendo da rivendicazioni specifiche e pragmatiche i riders hanno saputo costruire una mobilitazione che si è poi estesa al Belgio, l’Olanda, l’Austria, la Germania e la Spagna, fino a sfociare nella grande Assemblea Europea dei Riders dello scorso Ottobre 2018 a Bruxelles.

Foto 2. Assemblea Europea Riders a Bruxelles

 

Si è assistito ad un movimento locale e globale insieme, che è stato in grado di porre al centro del dibattito pubblico la questione dei diritti dei nuovi lavoratori nell’era del digitale, innovando anche i repertori di azione e rivendicazione sindacale.

Al di là della specificità di ogni vertenza – diversi sistemi di welfare, diversa la regolamentazione del mercato del lavoro, diverse le culture delle relazioni industriali – le mobilitazioni sono state in grado di riconoscere infatti gli elementi comuni e globali di questo settore specifico del lavoro digitale. Capaci di far entrare la voce dei lavoratori dentro uno spazio dell’economia dominato da poche multinazionali – la spagnola Glovo, le britanniche Deliveroo e JustEat, la tedesca Foodora – in aperta competizione per assicurarsi il primato in un settore di mercato non regolamentato e che in futuro promette ampi margini di profitto.

L’esperienza europea di numerosi riders italiani in città come Bruxelles, Copenhagen, Londra, Parigi o Berlino ha però reso possibile una diffusione di pratiche, informazioni e repertori di azione che hanno fatto – o meglio, stanno facendo – anche delle nostre realtà di Bologna, Milano e Torino un caso d’innovazione, a sua volta locale e globale, di “sindacalismo sociale”3. Le lotte dei riders ci dimostrano quindi che non sono dunque solo le merci e i capitali a circolare a livello globale, ma anche le idee e le pratiche di azione collettiva con al centro i diritti. Quella dei riders è a tutti gli effetti una realtà di attivismo transnazionale, che segna un cambio di rotta rispetto a traiettorie che sembravano ineluttabili o velate da un certo determinismo tecnologico mischiato a retoriche come quelle dell’autoimprenditorialità con cui ai tempi della Californian ideology si tenta di evadere la questione dei diritti fondamentali del lavoratore.

Dal Collectif des Coursier-e-s di Bruxelles, al Syndicats des Coursiers à Vélo de la Gironde di Bordeaux, alla berlinese DeliverUnion o alla RidersUnion di Bologna, la mobilitazione è ormai una questione che va oltre 12 Paesi Europei per raggiunge gli Stati Uniti ed ora anche Hong Kong4. Si può dire dunque, parafrasando Charles Tilly e Sidney Tarrow, che il quadro di rivendicazioni del movimento è aumentato in generalità5.

Nello specifico, l’azione collettiva dei riders ha preso la forma prevalentemente di una rete di collettivi autonomi, con alcune variazioni a seconda del contesto. Se il caso francese ha visto in parte a fianco dei ciclofattorini una maggior presenza di un sindacato tradizionale come la CGT (Confédération Générale du Travail), nella vertenza londinese un ruolo importante è stato giocato da una formazione sindacale “di base” come la IWGB (Independent Workers Union of Great Britain). Diversamente, in Italia la formazione RidersUnion si è mobilitata con un grado più ampio di spontaneità, non trovando inizialmente particolari alleati nelle organizzazioni sindacali tradizionali.


Il caso italiano


Anche In Italia, per espandersi, la mobilitazione è dovuta passare necessariamente da una prima fase apertamente conflittuale. Tutto inizia quando, già nel 2016, sei ciclofattorini a Torino decidono di protestare contro le condizioni di lavoro e l’assenza di tutele. Licenziati o meglio “sloggati” dalla piattaforma Foodora intentano una causa civile.

Nel frattempo si moltiplicano gli episodi di presa di coscienza e manifestazione collettiva in altre città. A Bologna il 13 Novembre del 2017 si realizza il primo evento significativo, denominato “sciopero della neve”. Una forte nevicata rende impraticabile il lavoro, esponendo a rischi troppo alti i ciclofattorini che riescono ad organizzarsi attorno allo slogan «una pizza non vale il rischio», azione collettiva che attira le attenzioni di media, si ripete durante il «Black Friday» del 28 Novembre e poi ancora con una critical mass il 28 Febbraio 2018, altra giornata caratterizzata da condizioni estreme di maltempo.

Sebbene il successivo 11 Aprile 2018 arrivi a Torino una sentenza negativa per i ciclofattorini licenziati, che li giudica “lavoratori autonomi” e non subordinati, quella dei riders è divenuta ormai una vertenza la cui dimensione pubblica è ben più ampia della singola controversia legale. A riguardo, la questione non porta solo la solidarietà da parte di ciclofattorini impegnati in altre vertenze locali, ma attrae ulteriori giuslavoristi che organizzano un appello a fianco ai lavoratori.

 

Foto 3. Manifestazione Riders a Bologna

 

Mobilitazioni caratterizzate da pragmatismo, contro il cottimo e per il riconoscimento di un contratto di subordinazione, assicurazione infortuni e diritti sindacali, quelle dei riders non si sono fermate alla difesa di un interesse economico di parte. Le numerose assemblee e dimostrazioni nonviolente hanno saputo porre il problema interpiattaforma, quindi uscendo da frammentazione aziendale e riconoscendo una comunanza di intenti oltre il corporativismo.

Un sindacalismo sociale” – nella definizione dei riders stessi – che affonda le radici in ragazzi legati a precedenti esperienze di attivismo universitario, che frequentano il mondo dell’associazionismo culturale e sportivo delle ciclofficine e hanno saputo conferire a questa vertenza specifica elementi di sempre maggior interesse generale, fino a sollevare le questioni fondamentali: come governare il rapporto tra piattaforme ed economia urbana? Come definire il lavoro nell’era degli algoritmi?

La maturità del movimento si è vista anche nel non rinchiudersi in uno spontaneismo fine a se stesso. Qualche sponda politica è stata trovata a livello locale, come nel caso di formazioni civiche indipendenti quali Coalizione Civica nella vertenza bolognese, il cui apporto è stato fondamentale nell’elaborare quella che è divenuta poi la Carta dei Diritti del Lavoro Digitale approvata nel Maggio 2018.

La Carta, che ha ripreso molte delle rivendicazioni elaborate dai riders nelle assemblee tenutesi presso numerose realtà associative giovanili bolognesi ha previsto la necessità di un salario equiparato ai contratti collettivi nazionali di riferimento, maggiorazioni per turni lavorativi festivi, notturni o caratterizzati dal maltempo, diritto a non lavorare in condizioni di emergenza ambientale, nuove tutele per salute e sicurezza con richieste di copertura assicurativa da infortunio, obbligo di giustificazione per licenziamento, diritto all’associazione sindacale e allo sciopero.

Elaborata a livello comunale, la Carta dei Diritti del Lavoro Digitale ha costituito quindi un’importante svolta che però non ha valore effettivo a livello nazionale, in quanto la disciplina è oggetto di materia legislativa statale.

L’innovazione è stata recepita positivamente dalle piattaforme bolognesi Sgnam e MyMenu mentre ha ricevuto un giudizio negativo da parte delle grandi piattaforme internazionali quali Glovo, Foodora, Deliveroo e JustEat. Posizione che ha portato ad esprimersi anche esponenti dei maggiori sindacati italiani. Nello specifico, Cgil, Cisl e Uil hanno espresso una posizione netta, invocando al «boicottaggio» di piattaforme restie a riconoscere i diritti dei ciclofattorini espressi nella Carta[6].

 

Foto 4. Mappa dei sindacati riders in Europa

 

Dal conflitto alla pratica dell’obiettivo

Non solo protesta, quindi. Al di là delle iniziali aperture da parte governativa, che dalla Carta si proponevano di partire, per ora a livello nazionale la vertenza non pare avanzare.

Ma la questione si muove ormai su un piano globale. Quella che pare ormai una consolidata rete transnazionale di attivismo – riunita nella Transnational Federation of Couriers7 – ha fatto breccia nella gig economy acquisendo piena coscienza della totalità della posta in gioco e dell’orizzonte entro il quale si giocano i destini del capitalismo digitale.

Come è nella natura dei movimenti sociali, l’azione collettiva mette in rete risorse, sviluppa relazioni e competenze il cui potenziale eccede gli scopi parziali per cui queste erano state inizialmente mobilitate. Non si tratta solo di conseguenze inattese, per usare un gergo funzionalista, ma di nuove opportunità prima sconosciute e costruite dall’azione collettiva stessa.

Il progetto collettivo di questo nuovo sindacalismo sociale non ha solo innovato dal lato della rivendicazione ma ha scatenato nuove energie, aperto scenari che hanno portato poi alla realizzazione di nuovi esperimenti di autogestione e mutualismo. Il caso della piattaforma Take It Easy in Belgio – fallita nel 2016 – è emblematico di azione collettiva che sfocia in un’iniziativa d’innovazione economica e sociale. Dopo il fallimento, attraverso un acquisto collettivo la piattaforma è stata rilevata dai suoi stessi ciclofattorini che l’hanno riconvertita nella cooperativa Smart. Garantendo salari e diritti, la cooperativa si riallaccia ad un progetto più largo che fa rete con altri settori dell’economia sociale. Gestisce in maniera collettiva turni, tempi di consegne e retribuzioni, superando l’individualismo e la competizione su cui si reggeva il rapporto di lavoro con la precedente piattaforma privata. Un progetto importante quanto difficile, visti i colossi in campo, ma che per ora (r)esiste.

 


Oltre il valore dei dati


Lo scenario globale che si profila vede la competizione tra piattaforme per assicurarsi il dominio del servizio di distribuzione a domicilio per gli anni a venire. Non è solamente il profitto delle consegne ad essere in gioco, ma il profitto potenziale dei dati accumulati dalle piattaforme. Dopo anni di mappatura di intere città, i dati collezionati dalle piattaforme includono un ampio raggio di attori, dai lavoratori ai ristoratori, e non da ultimo i consumatori con le loro abitudini e preferenze. Se la vertenza riguarda quindi tutti noi, lavoratori, consumatori, cittadini del mondo digitale, la posta in gioco riguarda più estesamente la proprietà dei dati.

Se i dati ci riguardano direttamente, come cittadini, produttori e proprietari degli stessi, a che livello si pone la sfida sul controllo e la rendita dei dati? La cooperativa Smart o la Transnational Federation of Couriers ci dicono che un discorso sui beni comuni nell’era digitale è quanto mai necessario. Il caso specifico dei ciclofattorini solleva chiaramente la questione generale di una regolamentazione pubblica e quella ancor più radicale di un modello sociale che superi sfruttamento e mercificazione del lavoro e, dietro i dati, ci restituisca il valore delle nostre vite.


1  Rielaborazione da Dealroom & Prioridata (2017)

2 https://ilmanifesto.it/uber-in-gran-bretagna-la-differenza-tra-worker-e-dipendente/

3 https://jacobinmag.com/2018/06/deliveroo-riders-strike-italy-labor-organizing

4 http://www.atimes.com/article/hong-kong-deliveroo-food-delivery-strike/

5 S.Tarrow, C. Tilly, Contentious Politics, Paradigm Publishers, 2006

6 http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/rider-riders-food-delivery-carta-dei-diritti-Bologna-Virginio-Merola-JustEat-Foodora-Deliveroo-Globo-sgnam-Mymenu-4229b15a-cc74-4204-8282-8dc928f3f42a.html

7 https://notesfrombelow.org/issue/the-transnational-courier-federation

pagina 51555\