Università di Roma Tor Vergata
Si propone qui, in forma di anticipazione, un estratto del testo di Leonardo Becchetti tratto dal volume Strade giuste. Economia e società nel segno del bene comune di Giuliano Amato e Marco Morganti. Il volume, edito da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, sarà presto disponibile online o nelle librerie Feltrinelli.

 

La precarietà e la riduzione della qualità del lavoro sono un problema talmente serio da mettere oggi a rischio la sostenibilità politica della globalizzazione nei Paesi ad alto reddito, dai quali le aziende si spostano verso Paesi più poveri dove la domanda di lavoro è superiore all’offerta; visto dal lato dei Paesi poveri è un meccanismo virtuoso perché alza, anche se lentamente, le loro condizioni economiche.

Da anni, stiamo vivendo quello che gli economisti chiamano un periodo di “convergenza condizionata”, i poveri, cioè, crescono più dei ricchi. Un periodo che, ai ritmi attuali delle differenze di crescita economica e dei salari, dovrebbe durare ancora per almeno due decenni.

Il problema è che in questo momento, nei Paesi ad alto reddito, c’è una fascia molto ampia di lavoratori a bassa qualifica che soffrono la concorrenza con i lavoratori a basso costo dei Paesi poveri.

Oggi la questione fondamentale è riuscire a dare una risposta al problema dei low-skilled. Il potere contrattuale del lavoro si vede da un indicatore che si chiama “labour share”, ovvero la quota del lavoro sul prodotto: se noi consideriamo che la torta prodotta sia il PIL, la labour share è la parte di questa torta che va al lavoro. La labour share degli high-skilled sale sempre, perché hanno maggiore potere contrattuale e sono scarsamente sostituibili. La labour share dei low-skilled continua a scendere, quindi si crea un fattore di diseguaglianza all’interno di ogni Paese tra gli high-skilled e i low-skilled. E questo accade sia nei paesi ricchi che nei paesi emergenti.

Qui c’è anche il problema della politica. La politica giustamente deve dire a tutti i ragazzi che stanno a scuola e all’università di risalire la scala dei talenti e di puntare a essere high-skilled – questo è fondamentale – ma deve anche prendersi cura dei low-skilled, perché il problema è che i low-skilled sono tanti, sono quelli più in difficoltà e, quindi, sono un problema politico. Non basta dire “c’è l’Italia che ce la fa”: il problema è riuscire a dare una risposta all’Italia che non ce la fa. Questa è la grande questione sociale e politica che stiamo vivendo oggi.

(…) I dati OXFAM ci offrono uno spaccato sul settore tessile e mostrano, per esempio, che i lavoratori sotto il salario minimo nei principali Paesi asiatici (Cambogia, Pakistan, Tailandia e Indonesia) sono tra il 30 e il 40 per cento, con percentuali molto più elevate tra le donne rispetto agli uomini. Lo stesso studio ci dice che il salario minimo è un terzo o addirittura un quarto del living wage, ossia quello che serve per condurre una vita decente.

Questo è il quadro in cui noi viviamo e che ha portato Branko Milanovic, un grande studioso che ha a disposizione questi dati sul reddito di tutto il mondo, a confrontare i vincenti e i perdenti della globalizzazione, identificando nei perdenti proprio la classe media e la classe bassa dei Paesi ricchi, che sono quelli che stanno vivendo l’effetto peggiore della globalizzazione in questo momento.

Come possiamo dare a questo problema una risposta intelligente, non viscerale e non autolesionista?

 

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