Università degli Studi di Milano

La destra italiana sta in queste settimane provando a fare ordine e predisporre una nuova strategia; ormai archiviata la crisi agostana e l’azzardo salviniano è tempo di preparare la lunga campagna d’autunno.
Molte sono le letture possibili relativamente alla mancanza di tempismo e ai calcoli errati che hanno portato la Lega fuori dalle centrali di comando dopo la rottura con il Movimento Cinque Stelle, tuttavia altrettante sono le carte che l’ambizioso leader lombardo ha ancora da giocare.
Il Capitano, ricordiamocelo, ha saputo stravolgere il vecchio schema politologico, ripetutosi in molti esempi europei, secondo il quale i partiti di destra radicale tenderebbero decisamente a ampliare la propria forza elettorale (a livello nazionale) finché restano all’opposizione, perdendo invece consenso qualora finissero al governo (generalmente come gamba estrema di un esecutivo conservatore).
Salvini invece ha saputo capitalizzare la sua spregiudicatezza comunicativa, la sua lettura della fase socio- economica e il suo essere un invadente Ministro degli Interni, riuscendo, come dimostrato nelle Elezioni Europee, a incrementare notevolmente i suoi voti: un balzo in avanti senza paragoni nella storia repubblicana.
Spesso questo è stato addebitato all’esclusivo, e indubbio, carisma del Capitano e alla sua portentosa struttura di comunicazione, tuttavia, proprio ora che la destra italiana vive una nuova fase, forse bisognerebbe cominciare a accettare che la marcia in più della Lega (come la tenuta/avanzata di Fratelli d’Italia) sia dovuta anche a fattori più strutturali.
Dall’inizio degli anni Novanta, infatti, il Carroccio bossiano, una delle prime esperienze politiche postfordiste della destra europea, ha saputo analizzare e scommettere sulla violenza dell’impatto della globalizzazione sulla nostra realtà socio-economica.
Un processo che ha portato questa formazione a intercettare stabilmente non solo l’ex-voto centrista (e a volte operaio), ma il duraturo sostegno della piccola-media impresa delle regioni italiane più dinamiche: da qui una evoluzione che ha sempre aggiunto e mai perso dei pezzi, arrivando a costruire esperienze di governo locale (monocolore o in coalizione) che oggi superano per continuità i vent’anni.
Temi cruciali nel contesto delle società globali come: la tassazione, il decentramento, la cittadinanza, il welfare, l’adeguamento costituzionale, la perdita dell’identità culturali classiche , la risposta alla finanziarizzazione, la riorganizzazione del mercato del lavoro, i nuovi assetti geopolitici sono stati studiati, cavalcati e agiti (da destra ovviamente) da tempo dalla Lega e, implosa l’esperienza del centrodestra berlusconiano, sono andati a ricomporsi, dal 2014 a oggi, nella cultura politica del soggetto salviniano.
Certo la linea nazionale del Capitano ha dovuto mettere in stand-by alcune importanti richieste dei suoi classici ceti di riferimento (dall’autonomia differenziale alla flat tax), ma questo mondo rappresenta ancora il motore del consenso leghista e del suo radicamento territoriale.
L’incapacità, in altre famiglie politiche, di aver costruito per tempo un pensiero strategico e una controproposta sui terreni cruciali dell’oggi, ha lasciato campo libero allo sfondamento, anche culturale, delle destre, in settori del ceto-medio impoverito, delle classi più povere e del lavoro dipendente, specie dopo un decennio di gravissima crisi economica e un trentennio di declino della cultura del welfare state.

E’ una facile previsione che il duo Salvini-Meloni (con la disponibilità anche di pezzi importanti del neofascismo giovanile organizzato) marcerà unito nella piazze e nelle amministrative alle porte, partendo proprio dai temi socio-economici e dalla denuncia del complotto di palazzo (sponsorizzato dal duo Merkel- Macron).
Certo la situazione è indubbiamente in evoluzione anche su altri fronti, specie di natura internazionale. La governance dell’Unione Europea (UE) per bocca della nuova presidentessa del Commissione, per la prima volta dopo decenni, invita a riforme sociali straordinarie su scala continentale (come ad esempio
salario minimo e sussidi di disoccupazione), sottolineando con decisamente minor forza la necessità di far quadrare i conti.

Sicuramente questo è frutto del vistoso rallentamento della Germania di Angela Merkel (ricordiamoci all’ultimo suo mandato) e della impossibilità per la Francia di Macron di ammortizzare con facilità una fase di recessione; tuttavia non dobbiamo dimenticare che anche il nuovo governo italiano è figlio di questo mutato scenario.
Quella che insomma era stata definita l’onda nera che aveva trovato in Europa come simbolo e traino Salvini oggi pare subire un deciso rallentamento, anche per merito della congiuntura internazionale e delle contromosse del sistema politico-economico UE.
Alla Lega resta però ancora la leadership a geometrie variabili del campo nazionalpopulista continentale, un’arma soprattutto di carattere politico e propagandistico, che Salvini ha saputo giocare negli scorsi mesi con pragmatismo e spregiudicatezza, provando a costruire un luogo di ragionamento e produzione di un lessico radicale che, in alcuni contesti, sta contagiando tanto il campo conservatore quanto quello liberale. In questo discorso non può essere dimenticato l’apporto della coriacea formazione di Giorgia Meloni, che da mesi sta provando a federare una galassia radicale che, seppur sedotto dalle sirene leghiste, oggi guarda a Fratelli d’Italia come al soggetto forte di una area di destra in cui possa rientrare anche il mondo neofascista.
La partita che si presenta è dunque apertissima, ma il ricompattamento e lo scendere in battaglia del mondo editoriale e culturale dell’ex-centrodestra (giornali, tv, infleuncers o figure intellettuali) lascia presagire una strategia frontista determinata e aggressiva di lungo periodo.
Non possiamo infatti non considerare quanto il paese sia pervaso da una narrazione reazionaria, xenofoba e sciovinista (coltivata istericamente in questi anni dal mondo politico e culturale della destra), carsicamente presente tanto nel dibattito pubblico quanto nelle parti più fragili, spaventate e precarie della nostra società.
Ancora una volta l’Italia resta il vero laboratorio del radicalismo identitario e nazionalista nell’UE, in cui provare a ripartire, da destra, con forza e ambizione.

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