Università Cattolica di Milano

Raccolgo con grande piacere l’invito della Fondazione ad offrire un contributo che vada, mi auspico con una certa audacia, oltre l’immediato dell’emergenza per riflettere sulle misure da attuare in risposta alla crisi economica e sociale provocata da Covid-19. A questo aggiungerò alcune riflessioni sul Piano per il Sud 2030 che, a causa dell’emergenza sanitaria, non ha forse ricevuto adeguata considerazione.

Una prima necessaria misura, già allo studio, è il sostegno ai redditi, con tutte le attenzioni richieste dalle peculiarità delle diverse situazioni, ovvero assicurandosi di includere chi non stia lavorando o sia in cassa integrazione. Queste rappresentano certo le misure più urgenti che ci si aspetta, e in questa direzione già si registra un primo provvedimento, il D.P.C.M. 28 Marzo.

È bene tuttavia ricordare che una caratteristica distintiva di questa crisi è l’aver provocato uno shock sia sul lato della domanda, con l’improvvisa e diffusa riduzione nella popolazione della capacità di consumo, sia sul lato dell’offerta, a causa della forzata interruzione delle attività produttive non essenziali, motivata dalla necessità di limitare il contagio. A tal proposito, la comprensibile difficoltà con cui si è dovuto confrontare il Governo nel distinguere tra attività essenziali e non essenziali ha messo in evidenza l’alto livello di dis-integrazione raggiunto dalla maggior parte dei processi produttivi. Basti pensare, ad esempio, ai prodotti della filiera agro-alimentare che riceve input (beni e servizi) fondamentali da altri settori (tra gli altri, imballaggi e trasporti) che, se bloccati, comprometterebbero il funzionamento di un settore certamente essenziale. L’analisi delle relazioni tra settori produttivi (tabelle input-output) rivela una fitta rete di scambi dove ciascun prodotto finito richiede input intermedi provenienti da settori e paesi diversi: l’interruzione, si spera breve, delle attività di uno di questi anelli della catena del valore paralizza l’intera filiera produttiva. Uno degli aspetti più inediti con cui ci dovremo misurare in questa crisi è dunque il suo impatto su un network produttivo altamente frammentato e con elevata specializzazione nazionale. La difficoltà ad approvvigionarci o a produrre internamente i necessari dispositivi medici ne rappresentano esempi lampanti.

Lo stesso Mario Draghi in un suo recente intervento si è soffermato sull’impatto negativo dell’emergenza causata da Covid-19 sul lato dell’offerta. In assenza di opportuni interventi correttivi, tale shock negativo porterà, in successione, a una forte riduzione della capacità produttiva del paese, alla contrazione del PIL e, proseguendo nel circolo vizioso, a una riduzione della base imponibile e quindi a un ulteriore peggioramento dei conti pubblici. Di conseguenza, con un radicale capovolgimento della logica operante in tempi normali, quegli interventi espansivi sul lato dell’offerta di solito osteggiati sono adesso attesi, o quantomeno dovrebbero esserlo, per limitare gli effetti della crisi stessa.

Questa contingenza, richiederà misure a tutela della capacità produttiva (lato offerta) di carattere emergenziale, analogamente al consumo, e probabilmente anche di più ampio orizzonte per almeno due ordini di motivi. Innanzitutto, come ricordato anche da Olivier Blanchard in riferimento agli Stati Uniti, per una tipica piccola o media impresa (PMI) la capacità di resistenza al protrarsi di una crisi  non va oltre qualche mese. A tali imprese sono dunque necessarie adeguate risorse finanziarie (analogamente a quanto previsto per le famiglie) al fine di contenere gli effetti negativi su capacità produttiva e impiego. In secondo luogo, la proporzione di PMI in Italia è molto maggiore rispetto agli USA: fatto che rende più ampio l’impatto negativo sulla nostra struttura produttiva. In Italia circa il 65% degli occupati trova impiego in imprese con meno di 50 addetti, mentre negli USA questa percentuale scende al 27% circa (fonti istat.it sba.gov).

Accanto a questo sostegno eccezionale, auspico che non si rinunci ad alcuni interventi più strutturali per evitare che gli effetti economici di questa emergenza sanitaria provochino un ulteriore aumento del divario Nord-Sud nel paese, come già si potrebbe sospettare stando ad alcune notizie della recente cronaca. In tal senso, parte della strada (Piano per il Sud 2030) è già tracciata (formazione e innovazione, riconosciuti essenziali per lo sviluppo e la crescita economica e sociale) e necessita ‘solo’ di attuazione. Attuazione che, dati i precedenti, rappresenta certamente la fase più critica.

La dimensione sub-nazionale, Nord-Sud, ci rimanda anche alla relazione con l’Unione Europea. Se è infatti indubbio che l’innovazione sia alla base della crescita economica (e non solo di quella), altrettanto evidente è l’impossibilità per un singolo paese o regione, data la scala limitata, di avviare isolatamente progetti di innovazione e politiche industriali che abbiano probabilità di produrre effetti sull’economia superando i muri dei laboratori di ricerca. Si veda a tal proposito il grafico che riporta un confronto internazionale per la spesa in Ricerca & Sviluppo sia pubblica che privata: se è chiaro che la scala degli investimenti in R&S del singolo paese non può essere in grado di mettere in moto quei meccanismi di accumulazione di conoscenze con i relativi effetti benefici di propagazione oltre i laboratori di ricerca (spillover), altrettanto evidente è che questo non potrebbe accadere a un livello regionale. Tuttavia, convogliare gli investimenti previsti dal Piano per il Sud 2030 su quei progetti e missioni già identificati a livello europeo permetterebbe di formare pure nelle regioni del Sud le necessarie competenze per raccogliere i frutti, anche in termini di sviluppo economico e industriale, associati a tali conoscenze scientifiche e tecnologiche (si fa qui esplicito riferimento al concetto di absorptive capacity).

Mi sono sin qui soffermato sulle azioni necessarie per sostenere domanda e offerta in questo periodo di crisi dalla durata ancora incerta. È ovvio che è necessario anche individuare le risorse per far fronte a questi impieghi ed è accesso il dibattito in merito agli strumenti più adeguati ed equi da impiegare (MES, Eurobond, etc). Di certo vi è adesso bisogno più che mai, riprendendo le parole di Jean Monnet, di «un’Europa per ciò che le nazioni non possono fare da sole».

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