Ricercatore dell’area Futuro del Lavoro di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il dibattito sulle sorti di questo governo sembra concentrarsi ancora sugli esiti della tanto agognata manovra economica, che ha funestato la dialettica tra maggioranza e opposizione fino alla sua definitiva approvazione.Lo scenario già delineato dall’UE nel continuo rimpallo con la Commissione che ha caratterizzato le vicende sul finire dell’anno, e arriva anche a tracciare gli scenari funesti di “un ritorno all’austerity”, come conseguenza “necessaria” a risollevare i conti pubblici italiani una volta implementate le misure che richiederanno i livelli di debito previsti.
Al contrario, il superamento dell’austerity, che tanto dissenso ha creato in Italia così come in altri paesi dell’Europa del sud, aveva rappresentato proprio ciò che il governo italiano si era posto come obiettivo nel darsi simili obiettivi di spesa pubblica. Alla stessa maniera, peraltro, anche Spagna e Portogallo sono state oggetto di critiche da parte della Commissione, rientrando anche loro nella lista dei “bocciati”. Una dialettica quasi tutta “contabile”, dove la politica risulta ancora appiattita sull’economia e l’UE si è limitata a concordare soglie di spesa e invocare “prudenza” nei conti pubblici, sottendendo l’agenda monetarista che alimenta l’indirizzo comunitario.
Il dibattito-scontro tra Italia e UE si è concentrato infatti su percentuali di spesa e “potenziale di crescita”, ritenuto scarso, nonostante non ci sia sempre unanimità su cosa siano da ritenersi effettivamente “riforme pro-crescita”. Poca attenzione viene rivolta al rapporto tra tale “potenziale” e le specifiche politiche previste, in particolare per quanto riguarda il capitolo sull’occupazione.
Già nelle settimane precedenti, ad animare la discussione sulle politiche del lavoro presenti in manovra erano state anche le reazioni del sindacato. «Non crea lavoro», questa la semplice e ultima considerazione di CGIL, CISL e UIL, non meno critici con il governo per la mancanza di coinvolgimento del sindacato nell’elaborazione della finanziaria. Il presidente di Confindustria Boccia aveva rincarato la dose ribadendo la mancanza totale di incentivi al lavoro produttivo. Sia la rappresentanza dei lavoratori che quella dei datori avevano messo sotto accusa la programmazione economica del 2019, per aver dato troppo poco spazio al lavoro. Un disegno che sembrerebbe carente di strategie adeguate a rilanciare sviluppo e occupazione nel contesto italiano. Questo tema, d’altronde, si riallaccia alla principale critica mossa fin qui all’azione di governo, ovvero di concentrare le risorse destinate alle politiche del lavoro su interventi di sostegno al reddito e di carattere assistenziale. A dare ancora più verve a questo dibattito si aggiunge una rappresentazione del concetto di “assistenzialismo”che talvolta rasenta quasi una visione da liberalismo da primi del Novecento, sulla base del quale formulare una sorta di equivalenza tra l’essere privi di una occupazione ed essere considerati “fannulloni”. Nel mirino, il Reddito di Cittadinanza, schema universale per il contrasto alla povertà, impostato sulla soglia dei famosi 780 euro e foriero di scenari sulla base dei quali un disoccupato privo di mezzi, se percettore di tale importo, non avrebbe più da preoccuparsi per la ricerca del lavoro. Sicuramente gli incentivi in tal senso diminuirebbero rispetto a una condizione di povertà assoluta, ma non va escluso nemmeno che un qualsiasi disoccupato abbia bisogno di risorse minime per potersi dedicare alla ricerca attiva del lavoro.Nella stessa misura anche il Reddito di Inclusione, fino ad oggi, è stato concepito come benefit volto a favorire l’uscita da una condizione di esclusione sociale.
Più in generale, il capitolo sul lavoro della legge di bilancio, per quanto concerne elementi di politica del lavoro, oltre a reddito (e pensione) di cittadinanza, si è limitato a prevedere residuali forme di finanziamento per il sistema duale, piani di recupero occupazionale, apprendistato e fondi per politiche migratorie e politiche attive. Misure che si perdono nei rivoli della contabilità di stato e che sono frutto di strascichi di investimenti attuati già partiti dall’iniziativa dei governi passati. Nessun disegno organico per quanto riguarda politiche del lavoro che siano effettivamente volte a sostenere la creazione di nuova occupazione. Sembra quasi che l’azione del governo, sotto questi profili, si sia fermata all’altrettanto discusso “decreto Dignità”, il quale poco sembra aver effettivamente sovvertito il Jobs Act, nemico dichiarato nelle aspettative del decreto. Un provvedimento che sconta, peraltro, come già ampiamente sottolineato, un vizio ricorrente nella legislazione del lavoro italiana, ovvero la tendenza a ritenere che si possano influenzare i flussi occupazionali agendo per legge invece che attraverso il miglioramento della produttività economica. Debole anche la strategia industriale, rispetto al disegno già avviato di Industria 4.0, i cui incentivi sono stati ridimensionati, a dispetto delle attese su cui si riteneva che questa politica sarebbe stata rilanciata.
Il Reddito di Cittadinanza resta dunque la principale politica del lavoro nella distribuzione di risorse prevista. Si tratta sì di politica del lavoro, ma in quanto misura di tipo passivo, unicamente volta al sostegno al reddito. Non è chiaramente una politica orientata alla creazione di occupazione, questo va altrettanto rimarcato. Un intervento simile, negli intenti dei promotori di questo provvedimento, potrebbe al massimo configurarsi come leva per un minimo innalzamento dei consumi e quindi della domanda interna, ma qui si rischia di spingersi troppo oltre e occorrerebbe piuttosto prestare massima cautela. Il problema vero che si pone rimane la condizionalità dei sussidi, ovvero la necessità che l’erogazione degli stessi sia sempre legata come precondizione all’effettiva disponibilità del singolo di trovare un lavoro (in forza della famose “tre offerte di lavoro”) e pertanto abbandonare la condizione di disoccupato che determina quell’erogazione. Un meccanismo utile a disincentivare i rischi di “comportamento opportunistico” rispetto alla ricerca del lavoro paventati da tanti. La condizionalità dei sussidi è un elemento debole nelle modalità d’azione dei servizi per l’impiego, culturalmente relegati a una mera dimensione amministrativa. Di qui l’intento di procedere a un’ampia riforma di questo settore, come annunciata con grande enfasi dal Movimento 5 Stelle sin dagli inizi della propaganda elettorale sul Reddito di Cittadinanza. Va specificato che la riforma dei servizi per l’impiego potrebbe rappresentare un elemento di politica del lavoro utile a migliorare l’incontro tra domanda e offerta e ridurre il problema di mismatch nel mercato del lavoro italiano. Ad ogni modo, anche questo è un tassello del grande disegno del Reddito di Cittadinanza che prescinde dalla legge di bilancio oggi in discussione e, va da sé, una partita ancora tutta da vedere. Allo stesso tempo, appare tutta da verificare anche l’idea che gli anticipi pensionistici che si prevedono in virtù dell’altrettanto discusso provvedimento “Quota 100” , anche questo uscito fuori dal perimetro della legge di bilancio negli ultimi giorni, possano determinare, come nella tradizione dei “prepensionamenti” che furono, condizioni più favorevoli per l’ingresso dei più giovani su quelle posizioni lavorative. Non è affatto garantito, infatti, che, considerando le trasformazioni che oggi interessano il mercato del lavoro, queste posizioni vengano rimpiazzate da nuovi lavoratori.
Come già ampiamente detto, quindi, la domanda politica più forte,di cui si è alimentata l’aspettativa riposta in questo governo, risiede principalmente nel superamento dell’austerity, paradigma considerato troppo influente sulla politica economica del Paese, condizionando scelte restrittive sul piano della spesa pubblica e della regolazione del lavoro. Paradigma foriero di disoccupazione, aumento della povertà e crescita delle disuguaglianze.
Il tema della “qualità del lavoro” come elemento che può incoraggiarla produttività, al contrario, rappresenta un nodo ancora irrisolto nel dibattito pubblico. Si discute da anni di come riuscire a innescare una competizione che non sia unicamente basata su prezzi e costo del lavoro nel nostro Paese, la cui economia resta ancora rilevante nel panorama globale. Gli ultimi anni, sia negli indirizzi nazionali che in quelli provenienti dall’UE, hanno registrato invece una tendenza a ricercare la competitività economica scaricandola sui costi del lavoro. Nonostante l’inversione di tendenza annunciata dal governo, non sembra perseguirsi alcuna una logica differente. Nessuno strumento orientato a quella competitività che deriva da fattori diversi dal costo del lavoro, come per esempio le innovazioni di processo e prodotto, la qualità e la singolarità di beni e servizi prodotti. E’ a questo che si riferiscono le critiche che piovono sulla manovra economica per quanto riguarda la scarsità di investimenti orientati allo sviluppo. Investimenti pubblici, in questo senso, sono la prima leva per attrarre investimenti privati e promuovere una nuova struttura produttiva. Investimenti pubblici che si traducono in interventi a favore delle infrastrutture, sia materiali che immateriali, con ciò facendosi riferimento a reti di servizi e know-how necessari per sostenere le attuali trasformazioni che interessano il mondo del lavoro. Un esempio è rappresentato dalla continuità di cui necessiterebbero gli interventi di Industria 4.0, che non possono fermarsi a quanto fatto negli ultimi anni, dal momento che si andrebbe incontro al rischio di escludere una platea di imprese che finora non hanno potuto beneficiare degli incentivi già messi in campo. Allo stesso tempo, ancora nulla viene fatto in direzione del rilancio di un nuovo modello di relazioni industriali in Italia, dando seguito agli accordi interconfederali sottoscritti da tempo dal sindacato e da Confindustria. Un maggiore coordinamento degli attori sembra un aspetto dimenticati e spazzato via sull’onda degli errori commessi nell’implementazione del Jobs Act,il quale paga tutt’ora un approccio troppo divisivo, di certo non d’aiuto rispetto a una regolazione del mercato del lavoro che si fa oggi sempre più complessa e delicata.

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